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Teoria dell’infezione focale: nuova attualità alla luce dei recenti studi sui microbioti?
OBIETTIVI. La teoria dell’infezione focale, molto popolare negli anni ’30, ipotizzava la possibilità che l’infezione di uno specifico distretto dell’organismo fosse in grado di diffondersi in altri organi, anche non anatomicamente contigui, causando condizioni patologiche a distanza; essa, responsabile di terapie preventive molto invalidanti come estrazioni dentarie e tonsillectomie effettuate in modo indiscriminato, fu completamente abbandonata in assenza di evidenze scientifiche.
Oggi però nuovi studi epidemiologici hanno dimostrato forti correlazioni tra malattie della bocca e molte importanti patologie sistemiche.
Lo scopo di questa revisione narrativa della letteratura è descrivere i movimenti microbiotici tra i vari distretti dell’organismo e di proporre un approccio innovativo per prevenire le infezioni e i loro effetti a distanza.
MATERIALI E METODI. Considerando i microbioti come “dei consorzi microbici, prevalentemente batterici, in movimento nello spazio e nel tempo” sono stati analizzati questi loro movimenti, iniziando da un’analisi filogenetica per arrivare a definire la linea di trasmissione verticale (madre-bambino) e orizzontale (tra membri della famiglia) nonché le vie esistenti tra distretti diversi all’interno dello stesso soggetto (ematogena, entero-mammaria e ascendente dalla vagina all’utero).
RISULTATI E CONCLUSIONI. Il concetto di “infezione focale” può ancora oggi avere, seppure rivisitato alla luce dei recenti progressi in campo microbiologico, una sua attualità anche se gli
aspetti legati alla clinica e, in particolare, le possibilità di attuare sia un’adeguata prevenzione che una terapia il più possibile conservativa ne hanno profondamente modificato la prognosi, considerato che il grosso limite di questa teoria era legato, data la scarsità di conoscenze scientifiche e tecnologiche di quei tempi, alla radicalità delle scelte terapeutiche, per lo più di tipo exodontico.
Posto che le interconnessioni microbiche siano ampiamente strutturate all’interno dell’ospite e che sia possibile classificare i microbioti in primari (orale, fecale, vaginale, cutaneo e nasale) e
derivati (polmonare, endometriale, vescicale, mammario e prostatico), l’approccio terapeutico
vincente è rappresentato dalla possibilità di agire sui primi con una terapia batterica in modo da sfruttare le dominanze eubiotiche note per essi per “costruire” meglio i secondi.
SIGNIFICATO CLINICO. Gli odontoiatri hanno oggi a disposizione vari ceppi di probiotici che possono essere somministrati oralmente ai pazienti per modificare, in senso eubiotico, il microbiota del cavo orale e numerosi studi hanno dimostrato come essi possano essere particolarmente efficaci nel controllo di condizioni morbose come carie e parodontopatia.
Tra questi, particolarmente interessante sembra oggi essere il ceppo K12, derivato dallo Streptococcus salivarius, originariamente teointrodotto contro le infezioni da Streptococcus pyogenes, ma successivamente con sempre più numerose differenti indicazioni: vari studi hanno confermato la sua efficacia nella terapia di faringiti, tonsilliti e otiti sia nel bambino che
nell’adulto, nelle parodontopatie e nel trattamento dell’alitosi e un recentissimo lavoro ha descritto il suo impiego con successo nella terapia dell’Oral Lichen Planus
Sembra quindi possibile ipotizzare per K12 un ruolo che si spinga oltre la cavità orale e vada a modificare in senso eubiotico anche altri organi distanti dal distretto testa-collo.
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