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Confronto tra diagnosi clinica e istopatologica: ausilio di strumento per autofluorescenza tissutale

Obiettivi  Lo scopo dello studio è di analizzare se l’analisi dell’autofluorescenza tissutale attraverso specifico strumento possa ridurre la discrepanza tra diagnosi clinica e istopatologica.

Materiali e metodi  La popolazione oggetto di studio consiste in un gruppo di controllo di 55 pazienti sottoposti a esame obiettivo, prelievo bioptico (55 prelievi) ed esame istologico e in un gruppo di casi costituito da 53 pazienti il cui esame obiettivo è stato integrato dall’utilizzo di un dispositivo per l’autofluorescenza tissutale (VELscope – Visually Enhanced Lesion scope; LED Dental Inc., Burnaby, BC, Canada), in aggiunta all’esame istologico (60 campioni).

Le lesioni sono state raggruppate in tre categorie (lesioni benigne, maligne, potenzialmente maligne). I risultati nei due gruppi sono stati analizzati con il Chi quadro, considerati statisticamente significativi valori di p <0,05 e sono stati valutati i valori predittivi.

Il dispositivo è costituito da una lampada con potenza di 120 W con un sistema di filtri e specchi riflettenti ottimizzati per produrre una luce di colore blu tra i 400 e i 460 nm.

Il concetto è di sfruttare una peculiare caratteristica di ogni tessuto che presenta una concentrazione definita di fluorofori a seconda che si tratti di un tessuto sano o che si manifesti con differenti stadi metabolici o strutturali se si tratta di un tessuto in stadio neoplasico o pre-neoplasico. Se illuminato da una luce monocromatica di appropriata lunghezza d’onda (400-460 nm), il tessuto sano emette una fluorescenza assumendo una colorazione verde. Al contrario, tale fluorescenza viene persa in caso di displasia dei tessuti assumendo un colore scuro tendente al rosso-marrone.

Per lo studio sono stati inclusi tutti i tessuti del cavo orale (nel limite anatomico anteriore alla rima labiale e posteriore all’istmo delle fauci). Il tessuto prelevato è stato inviato a uno specialista anatomopatologo, dal quale è stata posta la diagnosi istologica.

Il clinico compilava un’ipotesi diagnostica che veniva poi paragonata con la diagnosi istologica. L’anatomopatologo era in cieco rispetto all’utilizzo di VELscope.

Risultati e conclusioni  In totale sono stati ottenuti 55 prelievi dai 55 pazienti del gruppo controllo e 60 prelievi dai 53 pazienti del gruppo casi.

Nel gruppo di controllo la diagnosi clinica e istologica è stata la stessa nel 77,7% dei casi di lesioni benigne, nel 20% di quelle maligne e del 68,3% nei casi di lesioni potenzialmente maligne.

Nel gruppo casi la diagnosi clinica e istologica è stata la stessa nel 100% delle lesioni benigne, nel 50% delle lesioni maligne, nell’81,8% delle lesioni potenzialmente maligne.

Questa differenza tra la diagnosi clinica e istologica tra casi e controlli è statisticamente significativa (p = 0,0016).

Significato clinico La presenza di tessuto displasico, o comunque non fisiologico, non comporta di per sé una diagnosi, ma può comunque guidare il clinico nella formulazione della sua diagnosi differenziale, e potrebbe fornire un campanello d’allarme e suggerire la necessità di approfondimenti diagnostici, come ad esempio un prelievo bioptico.

In base ai dati emersi da questo studio, il maggiore contributo che il dispositivo ha apportato è sostanzialmente nel discriminare tra lesioni potenzialmente maligne e lesioni neoplastiche conclamate, oppure tra lesioni potenzialmente maligne ed esiti cicatriziali.

Il rischio principale legato all’uso del dispositivo, soprattutto se utilizzato in ambito privato dal dentista generico e poco esperto in malattie delle mucose orali, risiede nel rischio di falsi positivi.

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doi: https://doi.org/10.19256/d.cadmos.06.2019.05

Table of Content: Vol. 87 – Issue 06 – Giugno 2019