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Estetica del sorriso, fil rouge di una storia professionale e umana. Intervista a… Giovanni Macrì
Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia e la specializzazione in Odontostomatologia, Giovanni Macrì inizia – ancora giovanissimo – la professione odontoiatrica in un periodo in cui nella cura delle patologie dentali si è già raggiunto un elevato livello di competenze ma dove l’attenzione all’aspetto estetico è ancora decisamente carente. Della bellezza della bocca farà quindi la sua mission, sino a diventare il Dottor Sorriso.
Iniziamo con una domanda filosofica, dottor Macrì: che cos’è la bellezza?
Parliamo di un fenomeno intellettuale, che si fonda, a mio avviso, sull’esaltazione dell’imperfezione, sull’equilibrio tra armonia e guizzo, tra regola ed eccezione.
Quando ho iniziato la professione la gestione dell’estetica era demandata all’intervento artigianale dell’odontotecnico: io ho deciso di appropriarmi, in qualità di medico-odontoiatra, dei criteri di bellezza e di fare la guerra al brutto.
Che cosa era brutto, per esempio, all’inizio degli anni Ottanta? Sicuramente l’amalgama di mercurio e argento. Proprio in quel periodo nasceva nell’opinione pubblica una sensibilità in merito alla possibile tossicità dell’amalgama.
Una giovane Milena Gabanelli intervistò l’allora Presidente ANDI che si schierò a favore del suo utilizzo; pose quindi alcune domande anche a me, a quei tempi poco più che trentenne, giovane emergente, che optai per una risposta diplomatica: “Al di là del fatto che è difficile provare la tossicità di questo materiale, c’è un motivo imprescindibile per abbandonarlo: è brutto!”.
Quel decennio fu caratterizzato da profondi cambiamenti del concetto di estetica: si imponevano i primi grandi stilisti come Versace, Valentino e Armani; modelle e personaggi televisivi diffondevano nell’immaginario collettivo l’idea di un nuovo sorriso.
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